La Crisi di Dubai 2009.
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La Crisi di Dubai 2009.

Nonostante abbiano chiesto una moratoria di sei mesi per pagare 60 miliardi di dollari americani, gli sceicchi degli Emirati si apprestano a dare il via al “più grande spettacolo pirotecnico nella Storia dell’umanità”. Il 2 dicembre ricorre il 38° anniversario dell’indipendenza degli Emirati Arabi dalla Gran Bretagna.

Eppure non ci sarebbe granché da festeggiare. Dubai è ora al quarto posto nella classifica dei paesi a rischio default con una probabilità del 38,8 per cento. Precedono l’emirato Ucraina (57,6%), Venezuela (57,1%), Argentina (46,3%).

Cosa succederà a questo punto? In attesa di una comunicazione annunciata per l’inizio della prossima settimana tutto sembra essere nelle mani del vicino emirato di Abu Dhabi, che a differenza di Dubai fonda la propria ricchezza sul petrolio. Secondo uno studio della banca elvetica Ubs all’origine dell’annuncio shock di mercoledì potrebbe esserci stato proprio un sostegno di Abu Dhabi meno generoso.

Ripercussioni nel resto del mondo? Le banche più esposte sono quelle della City: Royal Bank of Scotland è il primo intermediario finanziario di Dubai World, mentre Hsbc è l’istituto più esposto nei confronti degli Emirati Arabi Uniti. Ripercussioni si risentiranno nei paesi con rischio di insolvenza.

I credit default swap, lo strumento usato per assicurare contro l’eventualità di una insolvenza, sono balzati negli ultimi due giorni da 318 a 500 sul debito di Dubai, toccando ieri anche quota 570. In forte aumento anche i Cds sul debito di Abu Dhabi (a 155), del Bahrain (a 225), del Qatar (a 114) e dell’Arabia saudita (a 108), ma la preoccupazione fondamentale sulle finanze di questi paesi resta tutto sommato limitata.

Come sempre avviene in casi di eventi a sorpresa, c’è stato un effetto a cerchi concentrici, che è andato a toccare il debito di alcuni paesi giudicati meno solidi nelle finanze pubbliche o in qualche caso troppo dipendenti da finanziamenti esterni: l’impatto del caso Dubai si è quindi fatto sentire in qualche misura anche sul debito di Turchia, Ungheria, Grecia e Russia. Ancora più lontano, su Sudafrica, Vietnam e Indonesia.